Luca Dal Fabbro alle “Giornate Remind della Bellezza & della Terra”

Luca Dal Fabbro, Membro dell’Osservatorio della Cura della Casa Comune, Presidente Istituto
Europeo ESG, Vicepresidente Circular Economy Network è intervenuto alle “Giornate Remind della Bellezza & della Terra” affermando:

“La portata e la gravità di eventi imprevedibili, generati da un pianeta non più in equilibrio, impongono all’economia mondiale di rivedere gli schemi tradizionali di difesa nazionale, sovranazionale e dello spazio. Abbiamo eserciti che presidiano i confini, truppe cibernetiche a protezione del cyberspace e alcuni paesi con corpi militari speciali per lo spazio: qualcuno sta pensando ad un ente o un’alleanza, una sorta di Nato dell’ambiente, non transatlantica, ma globale a tutela del pianeta, dotata di mezzi, risorse e tecnologie proporzionate alla minaccia da fronteggiare? La sfida intellettuale e culturale imposta dalla palese insostenibilità dei modelli consumistici attuali è impegnativa, ma le soluzioni esistono. Il Green Deal europeo è una opportunità per convertire un’economia sprecona e consumistica in una circolare e rigenerativa, lungo la traiettoria balistica di medio periodo del ripristino progressivo degli equilibri naturali.

Dall’illusione di essere i soli ad abitare il pianeta e disporre di risorse illimitate dobbiamo passare alla consapevolezza di convivere interconnessi in un habitat in cui quanto a disposizione si preserva e condivide. L’uomo interconnesso vibra in risonanza con l’ambiente, con madre natura. L’aria, l’acqua, la flora e la fauna ne diventano il suo liquido amniotico. Sostituire la cultura dello scarto, nei riguardi del cibo, o parimenti degli anziani, o degli emarginati, ghettizzati e accantonati in una “discarica sociale”, con quella della salvaguardia e valorizzazione di funzioni e ruoli, sarebbe rivoluzionario.

Senza una virata drastica l’attuale modo di produrre e consumare è destinato a fallire, come dimostrato dall’insostenibilità della gestione dei rifiuti a livello mondiale, ma, in particolare, nei paesi in via di sviluppo, meno attrezzati ad affrontare sfide immani come la gestione dei rifiuti o delle acque reflue, con 4,5 miliardi di persone prive di servizi sanitari sicuri e l’80 per cento di acque reflue che ritorna nell’ambiente. Per scongiurare un disastro ambientale, occorre porre rimedio subito con ingenti investimenti. Oltre alla crescita esponenziale degli “scarti”, il cambiamento climatico metterà a rischio la copertura nevosa e i ghiacciai, dunque, l’approvvigionamento di acqua dolce. Conseguentemente saremo più esposti alle inondazioni, che comprometteranno qualità e resa della produzione agricola. Le economie più deboli inevitabilmente pagheranno il prezzo maggiore.

Nel dramma della pandemia abbiamo realizzato che il riscaldamento globale, l’inquinamento delle città, la plastica negli oceani hanno un fattore comune: non esistono frontiere, non conoscono confini. Abbiamo scoperto di essere tutti — dalle bidonville sul Gange agli attici di Manhattan, dagli atolli del Pacifico alle piattaforme artiche — inesorabilmente legati ad un destino comune. L’uomo interconnesso, differentemente dall’homo sapiens, deve fare i conti con il fatto che i fluidi dell’ecosistema, come aria ed acqua, come i virus pandemici, o come gli attacchi informatici nel cyberspace, viaggiano da un capo all’altro dei continenti, senza fermarsi alle frontiere o di fronte alle barriere geografiche di montagne o fiumi. Tutto ciò, se c’era bisogno, ha “magicamente” socializzato il problema, lo ha reso prossimo, rendendoci consapevoli che, nell’era della sharing economy, la medaglia dello sharing globale ha anche un volto negativo e incontrollabile. Ora sul tappeto c’è un problema globale, innescato dal mondo occidentale ed accelerato, ed oggi aggravato da quello in via di sviluppo, all’inseguimento dei nostri standard di vita”.

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